2025: il bilancio di un anno di recupero post-trapianto di midollo

È passato un altro anno. Non è stato semplice, e non lo è stato in modo lineare. Il 2025 ha richiesto attenzione, pazienza e una continua capacità di adattamento. Ma, nel suo insieme, ha rappresentato un progresso significativo rispetto a ciò che avevo alle spalle, anche se non ha cancellato tutte le mie paure.

Questo articolo non è un bilancio clinico né un racconto eroico. È il tentativo di mettere ordine in un anno complesso, partendo dai fatti e arrivando alle conseguenze concrete che quei fatti hanno avuto sulla mia vita.

Gli esami del sangue: leggere gli andamenti, non i singoli numeri

Nel corso del 2025 ho fatto molti esami del sangue. Dopo un trapianto, i numeri isolati contano poco: ciò che fa davvero la differenza sono gli andamenti nel tempo. Ed è proprio qui che è arrivata la prima, grande sorpresa, che ha dato il tono a tutto l’anno.

Per tutto l’anno l’emocromo è rimasto stabile. L’emoglobina si è mantenuta su valori normali, intorno ai 15–15,5 g/dL, senza tendenze alla discesa. I globuli bianchi sono rimasti nella norma, generalmente tra 5 e 6 ×10³/µL, con oscillazioni fisiologiche. Le piastrine si sono assestate su una fascia medio-bassa ma stabile, tipicamente tra 130 e 150 ×10³/µL, considerata adeguata dai medici. Non c’è mai stato un segnale di regressione o di instabilità improvvisa.

Un dato che per me ha avuto un significato particolare è stato l’MCV, cioè il volume medio dei globuli rossi, un indicatore che dà informazioni su come il midollo produce e matura le cellule del sangue. Durante gli anni delle terapie era arrivato a valori molto alti, spesso intorno o sopra i 100 fL e con picchi oltre i 105 fL, segno di un midollo sotto stress. Ma c’è un altro aspetto importante: prima del trapianto convivevo anche con una forma di talassemia, e per la maggior parte della mia vita l’MCV era stato molto basso, intorno a 60–70 fL, mentre l’emoglobina si attestava stabilmente sui 12–13 g/dL. Questa condizione aveva condizionato in modo silenzioso ma costante i miei valori ematologici e il mio rapporto con la fatica. Nel 2025 l’MCV si è invece stabilizzato su valori normali, intorno a 96–99 fL. Questo non indica solo un midollo maturo e ben funzionante, ma rappresenta un cambiamento radicale rispetto alla mia condizione precedente. Per la prima volta, il mio sangue non riflette più né la malattia né un limite congenito con cui avevo sempre convissuto. In termini pratici, è un’altra vita. Ho molta più resistenza alla fatica rispetto al passato, una differenza concreta che ho sentito nelle cose più semplici: camminare a lungo, affrontare giornate piene senza esaurirmi, godermi davvero le vacanze e le passeggiate senza dover costantemente misurare le energie.

Anche guardando ai globuli bianchi nel loro insieme, il quadro è stato rassicurante. Il numero totale dei WBC si è mantenuto stabile, in genere tra 5 e 6 ×10³/µL. I neutrofili sono rimasti su valori assoluti intorno a 2,8–3,5 ×10³/µL, mentre i linfociti si sono mantenuti intorno a 1,8–2,2 ×10³/µL. Valori compatibili con una buona ricostruzione immunitaria, senza segni di infezione o di infiammazione sistemica. Nel complesso, il sistema immunitario ha mostrato una solidità che, dopo un trapianto, non avrei dato per scontata.

Fegato e reni hanno seguito un andamento tipico del post-terapia: qualche oscillazione, nessun peggioramento strutturale, una tendenza generale alla stabilizzazione o al miglioramento. Questo è stato particolarmente significativo perché nel corso dell’anno ho dovuto affrontare anche terapie aggiuntive, che avrebbero potuto appesantire ulteriormente questi organi. In particolare ho assunto il chelante Deferasirox per ridurre il sovraccarico di ferro e Deursil come supporto al fegato durante questo percorso. Il fatto che abbiano retto bene è stato un segnale concreto di recupero generale.

L’unico valore che ha avuto una storia diversa è stata la ferritina. Il sovraccarico di ferro, conseguenza inevitabile delle numerose trasfusioni ricevute durante le cure, è rimasto elevato per tutto l’anno. Non è stato un problema improvviso, ma un’eredità delle terapie, da affrontare con strumenti specifici. Prima la chelazione farmacologica, poi l’avvio dei salassi terapeutici. Il dato incoraggiante è che, nonostante interventi che avrebbero potuto stressare il midollo, l’emoglobina e l’emocromo sono rimasti stabili. Il problema della ferritina è reale, ma si inserisce in un contesto di funzionamento globale solido.

Accanto agli esami ematologici di routine, nel 2025 hanno avuto un peso decisivo anche i controlli più specifici sullo stato della malattia. Le valutazioni molecolari sul midollo osseo, eseguite a febbraio e ad agosto, hanno confermato in entrambi i casi un risultato pari a zero. È un dato essenziale, perché indica l’assenza di malattia rilevabile a livello molecolare e rappresenta, per me, la linea di confine più netta tra stabilità e ricaduta.

Allo stesso modo, i controlli del chimerismo hanno mostrato una situazione molto solida. Nel tempo, sia sul sangue periferico sia sulle diverse linee cellulari, le percentuali si sono mantenute stabilmente elevate, intorno o sopra il 98–99%. Anche questo è un segnale importante: indica che il midollo trapiantato è pienamente attecchito e che il sistema ematopoietico è sostenuto quasi interamente dalle cellule del donatore.

Guardando nel loro insieme gli esami del sangue del 2025, ciò che colpisce non è l’assenza di problemi, ma l’assenza di sorprese negative. I valori hanno mostrato coerenza nel tempo e, quando si è intervenuti, il corpo ha risposto in modo prevedibile. Per me questo è stato uno dei segnali più forti del fatto che stavo meglio di quanto mi aspettassi.

Altri controlli: il quadro generale

Nel 2025 i controlli non hanno riguardato solo il sangue. L’ecografia dell’addome ha confermato un quadro complessivamente nella norma, inclusa la milza rientrata verso dimensioni fisiologiche. La valutazione endocrinologica ed ecografica della tiroide ha evidenziato un ipotiroidismo lieve e subclinico. In un primo momento l’endocrinologa riteneva probabile che, prima o poi, sarebbe stato necessario iniziare una terapia con Eutirox. In pratica, però, introducendo solo una piccola integrazione regolare di iodio, i valori si sono progressivamente normalizzati senza bisogno di terapia ormonale. Il prossimo controllo del TSH è previsto per gennaio, come semplice monitoraggio.

Il controllo cardiologico ha mostrato una funzione globale normale, senza segni di cardiotossicità tardiva, con parametri stabili o addirittura migliorati rispetto all’anno precedente. La spirometria è risultata nei limiti, senza limitazioni funzionali. La visita dermatologica, indicata per il mio passato di GVHD cutanea, non ha evidenziato lesioni sospette né segni di attività. Anche qui, solo follow-up.

Nel loro insieme, questi esami hanno restituito un quadro coerente: nessun organo in difficoltà, nessun danno tardivo inatteso, solo la necessità di continuare a monitorare nel tempo ciò che è stato messo alla prova da cure molto aggressive.

A questo quadro generale si è affiancato anche l’andamento del peso e della composizione corporea, che considero un ulteriore segnale positivo. Nel corso dell’anno il peso è aumentato gradualmente, passando da circa 58 kg a poco più di 62 kg, senza variazioni brusche. Non si è trattato di un aumento legato a ritenzione o a perdita di controllo, ma di un recupero lento e distribuito nel tempo.

Guardando la composizione corporea, l’incremento non è stato solo quantitativo. La massa magra e muscolare si è mantenuta stabile o in lieve aumento, mentre la percentuale di grasso è cresciuta in modo contenuto. Il BMI è rimasto sempre in un range di normalità. Anche questi dati, pur con tutti i limiti delle misurazioni domestiche, hanno confermato una sensazione che già avevo nella vita quotidiana: un corpo più presente, più solido, più capace di sostenere sforzi prolungati.

Ci sono poi alcuni effetti collaterali inattesi, quasi curiosi, che nel tempo ho imparato a notare. Prima della malattia avevo molti capelli bianchi; oggi di bianchi ne ho pochissimi, un cambiamento che non avrei mai immaginato e che resta difficile da spiegare razionalmente. Le terapie, invece, hanno avuto un impatto molto concreto sugli occhi: i cristallini si sono opacizzati rapidamente e ho dovuto affrontare interventi di cataratta. Il risultato finale, però, è stato sorprendentemente positivo. A 58 anni vedo bene sia da vicino sia da lontano, senza bisogno di occhiali, fatta eccezione per una lieve miopia emersa alla visita oculistica di novembre.

Anche la pelle è cambiata. La GVHD iniziale e, in seguito, il nuovo midollo hanno cancellato molte macchie accumulate negli anni. Al di là dell’aspetto estetico, è stato un altro segnale tangibile di quanto il mio corpo sia diverso da quello di prima, non solo nei numeri degli esami ma anche nell’aspetto più visibile.

Il percorso vaccinale: ricostruire l’immunità

Un capitolo a parte, ma centrale nel mio 2025, è stato quello delle vaccinazioni. Dopo il trapianto, il sistema immunitario non deve solo funzionare: deve essere ricostruito anche nella sua memoria. Questo significa ripercorrere, con tempi e modalità precise, un percorso che per la maggior parte delle persone appartiene all’infanzia.

Durante l’anno ho proseguito il calendario vaccinale post-trapianto, con richiami e nuove somministrazioni distribuite nel tempo. In questa fase ho continuato anche le terapie di profilassi con Bactrim e Aciclovir, utilizzate rispettivamente per prevenire infezioni batteriche opportunistiche e riattivazioni virali, una protezione standard dopo il trapianto. Dal punto di vista pratico, è stato un percorso molto meglio tollerato di quanto temessi: nessun vaccino mi ha dato malesseri generali, solo in alcuni casi un po’ di dolore locale al braccio, destinato a risolversi in pochi giorni. Ho completato il ciclo dei vaccini inattivati, pur sapendo che nel 2026 sarebbero stati comunque necessari alcuni richiami. Queste profilassi farmacologiche dovrebbero essere sospese al compimento dei due anni dal trapianto, previsto per febbraio, se il quadro clinico continuerà a restare stabile. In autunno ho affrontato anche i vaccini stagionali per influenza e Covid, inseriti naturalmente in questo percorso di ricostruzione immunitaria. Ogni vaccinazione era una piccola tappa di un lavoro più grande, invisibile ma fondamentale.

Un passaggio importante è stata la ricerca anticorpale in vista dei vaccini vivi attenuati. I risultati hanno mostrato che avevo mantenuto l’immunità per morbillo e varicella. Per quanto riguarda la rosolia, non risultava una vaccinazione pregressa né una malattia clinicamente nota, e l’immunità rilevata è verosimilmente attribuibile al donatore. Avevo invece perso l’immunità per la parotite. Questo ha portato all’indicazione a vaccinarmi con l’MPR non per ripartire da zero, ma per colmare in modo mirato ciò che mancava.

Questo percorso mi ha ricordato che il recupero non è solo una questione di energia o di forza fisica. È anche un lavoro silenzioso di ricostruzione delle difese, che procede per gradi e che richiede di accettare tempi lunghi. Anche in questo caso, però, il quadro complessivo è stato migliore di quanto mi aspettassi: nessun intoppo significativo, nessuna battuta d’arresto, solo la sensazione di un sistema che, passo dopo passo, sta tornando a essere completo.

La prova sul campo

C’è però un aspetto che, più di qualunque esame, mi ha permesso di capire a che punto fossi davvero nel mio recupero. È quello che potrei chiamare la prova sul campo: mettere il corpo e la testa dentro situazioni reali, prolungate, non negoziabili.

Le vacanze sono state uno dei primi banchi di prova. Non tanto per la distanza o la meta, quanto per la continuità delle giornate: camminare molto, stare fuori tutto il giorno, adattarsi a ritmi diversi dal solito. A marzo sono stato a Parma e dintorni, un primo test fatto di passeggiate urbane e spostamenti continui. A settembre ho affrontato un viaggio più articolato, tra il Lago di Como, la Valtellina, le incisioni rupestri, Brescia e Crespi d’Adda. A dicembre, infine, Lerici, La Spezia e i dintorni hanno chiuso l’anno con giornate piene e ritmi sostenuti. In tutte queste occasioni mi sono accorto di riuscire a reggere meglio la fatica, di recuperare più in fretta, di non dover costantemente calcolare quante energie mi restassero. È stato in quei momenti che i numeri del sangue hanno smesso di essere astratti e sono diventati esperienza concreta.

Ancora più impegnativo è stato il trasloco, che non è stato un evento singolo ma un processo articolato, durato mesi e scandito da tappe precise.

La prima fase è stata la decisione stessa di affrontarlo. La trattativa per la casa è iniziata ad aprile, in un momento in cui, dopo anni di malattia, la mia visibilità sul futuro si era spesso ridotta a pochi giorni o, al massimo, a qualche settimana. Scegliere di guardare avanti e di impegnarmi in qualcosa di così strutturato ha richiesto un coraggio non banale. Non era scontato sentirsi autorizzati a fare un passo del genere.

È seguita la fase della pianificazione, forse la più sottovalutata ma anche quella con il carico mentale maggiore. Dopo il rogito, avvenuto il 12 giugno, sono entrate nel vivo la burocrazia, il coordinamento dei fornitori, gli appuntamenti, le scadenze e le decisioni da prendere senza poterle rimandare. Un lavoro continuo, fatto di burocrazia, fornitori, appuntamenti, scadenze e decisioni da prendere senza poterle rimandare, che ha richiesto lucidità, organizzazione e tenuta nel tempo.

Poi c’è stata l’esecuzione vera e propria: i lavori, il trasloco in sé, avvenuto il 1° luglio, le giornate con orari flessibili e la fatica fisica concreta. Giorni pieni, stanchezza accumulata, poche pause, decisioni continue. Una situazione che, fino a non molto tempo fa, avrei considerato semplicemente fuori portata. Invece il mio corpo ha retto. Non c’è stato un prezzo da pagare dopo, nessun crollo, nessuna resa. Solo una stanchezza normale, proporzionata allo sforzo.

Infine è arrivata la fase dell’adattamento alla nuova casa. Abituarsi a spazi diversi, a nuove routine, a un equilibrio quotidiano ancora da costruire. Dal punto di vista abitativo, il cambiamento è stato un progresso notevole: una casa più adatta alla mia vita di oggi, più funzionale, più comoda, capace di migliorare concretamente la qualità delle mie giornate. Anche questo ha richiesto energie, ma senza mai darmi la sensazione di essere oltre il limite.

A questo si affianca però un carico che non è ancora del tutto chiuso: la necessità di vendere il vecchio appartamento. Una questione pratica, economica e mentale che resta sullo sfondo, ricordandomi che non tutto si risolve in un unico passaggio e che alcuni processi richiedono tempo anche dopo aver fatto il passo principale.

Queste prove non hanno cancellato le mie paure, ma hanno cambiato il modo in cui le guardo. Mi hanno dato un riscontro diretto e quotidiano, che va oltre i referti e i numeri.

La paura che resta

Tutto questo convive con una consapevolezza che non è mai sparita, ma che nel tempo ha cambiato forma. Non sono più preoccupato per il mio sistema immunitario: i dati sono stabili da tempo e questo aspetto, oggi, non è più al centro delle mie ansie.

Restano però condizionamenti costruiti in anni difficili. Anche sapendo che le difese sono solide, faccio ancora fatica a sentirmi completamente tranquillo in luoghi chiusi e affollati, soprattutto se per periodi prolungati. È una prudenza che non nasce dai numeri, ma dalla memoria di ciò che è stato, e che richiederà probabilmente ancora tempo per attenuarsi.

La mia paura più grande riguarda la malattia a livello molecolare. Quel valore deve restare a zero. È un pensiero costante, anche quando tutto il resto va bene. Spero sinceramente di non vedere mai un numero diverso da quello, perché so che basterebbe una variazione per rimettere in discussione ogni equilibrio raggiunto.

Il prossimo esame del midollo, previsto per febbraio 2026, è una fonte di ansia significativa. So bene che, se dovesse emergere un valore di molecolare diverso da zero, tutti i discorsi positivi fatti fin qui verrebbero improvvisamente vanificati, facendomi ripiombare in un buio che conosco fin troppo bene.

Proprio per questo sento la necessità di continuare ad avere cura della mia salute, non solo per preservare ciò che ho conquistato, ma anche per essere il più possibile pronto ad affrontare con lucidità e serenità un eventuale, non desiderato, nuovo percorso clinico.

C’è infine una consapevolezza più ampia, che riguarda il futuro a lungo termine. Le terapie tossiche che ho affrontato hanno avuto un impatto significativo sui miei organi, e questo mi espone a un rischio aumentato di altre malattie o tumori. So che i controlli saranno frequenti e che accompagneranno i prossimi anni della mia vita.

Sto meglio di quanto mi aspettassi, ma non mi sento al sicuro. La differenza, oggi, è che non aspetto più che questa paura scompaia per vivere. Ho imparato a portarla con me, senza lasciarle decidere tutto al posto mio.

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